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Pantelleria
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Pantelleria, o di come nessuno mi ha mai detto che è un vulcano attivo

Un'isola che non si limita a somigliare all'Africa. Ci sta dentro.
Lettura: 4 minuti  ·  Pantelleria, Canale di Sicilia

C'è una cosa che a scuola non mi hanno mai insegnato: Pantelleria è, a tutti gli effetti, un vulcano attivo. Non un'isola vicino a un vulcano, non un'isola nata da un vulcano in tempi remoti: proprio un vulcano, quiescente ma vivo, che respira ancora attraverso le fumarole e l'acqua calda che sale dal sottosuolo. Ci ho camminato sopra senza pensarci, tra un dammuso e l'altro, e solo dopo un po' ho realizzato che ogni pietra nera sotto i piedi aveva una storia di magma.

Se dovessi scegliere un simbolo per quest'isola, sarebbe il cappero. Cresce dove sembra impossibile crescere, aggrappato ai muri a secco e agli scogli, e a un certo punto ne ho visto uno avvinghiato alla roccia con una tenacia che, lo ammetto, mi ha ricordato me stesso. Da lì il cappero racconta la stessa storia dei giardini panteschi — quei cerchi di pietra lavica costruiti apposta per proteggere un singolo albero di agrumi dal vento — e delle viti coltivate ad alberello, basse, quasi accovacciate contro la terra, insieme agli ulivi nani. È un'agricoltura che non combatte il vento e l'aridità, ma ci convive, si piega, si adatta. Pantelleria non è verde per caso: è verde per ostinazione.

In paese, affacciato sul vecchio porto, c'è quello che tutti chiamano Castello Barbacane. Mi sono incuriosito e ho scoperto che, a rigore, il nome non è nemmeno esatto: il "barbacane" era in origine un'opera difensiva separata, che sorgeva poco distante; ma l'equivoco è così radicato che ormai è impossibile scioglierlo, ed è pure bello così. Il castello vero e proprio ha uno strato di storia su un altro — bizantini, arabi, normanni, aragonesi, borboni — fino a essere stato carcere fino al 1975. Domina ancora il porto, in una posizione che a occhio si capisce essere sempre stata strategica. Peccato che in questo momento il lungomare sotto di lui sia un cantiere: speriamo davvero che i lavori finiscano presto, perché quella passeggiata meriterebbe di tornare a essere il salotto dell'isola.

Chi dice che ad agosto non si fa trekking non è mai stato qui. I sentieri di Pantelleria sono sorprendentemente curati, e non sono affatto una passeggiata blanda: si arriva anche a 800 metri di dislivello, tra Montagna Grande e i suoi boschi, con un caldo che ti fa capire perché conviene partire presto. E poi c'è il premio finale, quello che nessun'altra isola italiana può offrire allo stesso modo: fare il bagno dentro una caldera. Il Lago di Venere non è un lago qualunque, è il cratere di un vulcano riempito d'acqua — nuotarci dentro è uno di quei momenti in cui la geologia smette di essere un concetto astratto.

Qui la macchina giusta non è quella elegante, è quella piccola e indistruttibile. Le strade sono strette, ripide, a volte poco più che sentieri asfaltati, e il mito della Fiat Panda a noleggio non è un vezzo folkloristico: è pura sopravvivenza automobilistica, tanto che la trovi riprodotta perfino sulle calamite da frigorifero nei negozi di souvenir. Chi arriva con idee diverse, di solito, cambia idea al primo tornante.

Vicino a Sibà c'è la Favara, dove il vapore caldo esce dalla roccia e crea saune naturali — un altro modo, gentile, in cui il vulcano si fa sentire senza far paura. Ed è più o meno lì vicino, in contrada Rekhale, che aveva il suo dammuso Stefano D'Orazio, il batterista dei Pooh. La storia di come ci arrivò è quasi cinematografica: dopo l'ultima data di un tour a Milano, invece di tornare a casa si presentò in aeroporto all'alba, senza nemmeno i bagagli, e prese il primo volo disponibile. Era diretto a Pantelleria. Ci restò quindici giorni, in una piccola auto a noleggio, scoprendo il Lago di Venere, le discese di lava verso il mare, le saune naturali — e da lì non se ne andò più, per vent'anni, fino alla fine. Il suo dammuso, da rudere che era, diventò col tempo una casa vera. Passando da quelle parti, un pensiero per lui ci sta tutto.

E poi c'è quello che rende Pantelleria diversa da qualunque altra isola siciliana: è più vicina alla Tunisia che alla Sicilia, e si vede. La vegetazione, i venti, certi angoli di paesaggio hanno più a che fare con il Nord Africa che con il Mediterraneo da cartolina. È una biodiversità unica, frutto di questa posizione di cerniera, e una storia che comincia molto prima dei greci o dei romani: i primi abitanti arrivarono già nel Neolitico, attirati dall'ossidiana, l'oro nero dell'epoca, e lasciarono dietro di sé i Sesi, i loro monumenti funerari, e un muro ciclopico di otto metri costruito per difendere il villaggio.

Ci devo assolutamente tornare.

Pantelleria, Canale di Sicilia

Angelo Jasmeno
Autore & Creatore di Contenuti
Un cappero aggrappato a uno scoglio insegna più lui che un manuale di resilienza.
[LUOGHIFUORIROTTA.IT] · Settembre 2026
 
Ci devo tornare.
 
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