Le concerie di Fez
Il turista affronta spesso i fenomeni della vita come un’occasione per magnificare. Si è forse smarrita, senza generalizzare, la voglia di scavare davvero dentro ciò che si osserva. In questo l’avvento dei social ha mutato anche il senso stesso del viaggio: tutto deve diventare immagine, stupore immediato, superficie.
Passa a Linux con noi.
Da un recente viaggio in Marocco mi porto via soprattutto due immagini. Un mercato rurale contadino incontrato quasi per caso nel mezzo del nulla. E poi le celebri concerie di Fez, nel cuore della medina, immense fabbriche “open air” che sembrano appartenere a un altro secolo e invece raccontano perfettamente la complessità del mondo contemporaneo.
Sono impressionanti. Le vasche colme di liquidi colorati, i miasmi che impregnano l’aria e le pelli, gli operai immersi fino alle caviglie in sostanze difficili perfino da nominare. Una scena quasi irreale, osservata dall’alto delle terrazze dove ai visitatori viene offerto un rametto di menta per attenuare l’odore acre della lavorazione.
E mentre guardavo quel dedalo di pozze e uomini al lavoro, ho pensato agli operai del mondo. Agli sfruttati. Alla salute giocata come una roulette quotidiana.
Forse lì certe norme sulla sicurezza hanno un altro peso. Forse tutto è perfettamente legale. Ma legale non significa necessariamente giusto.
Ho pensato anche a mio padre, che ha respirato polvere di marmo per tutta la vita, fino a non riuscire più a respirare bene nemmeno dal naso. E allora diventa facile sentirsi a disagio: osservare dall’alto, con una carta di credito in tasca pronta a pagare anche il frutto di quel lavoro.
Compri, fotografi, riparti. E nelle narici rimane la menta, non l’odore vero.
Noi siamo abituati ad acquistare certe cose nei negozi delle grandi firme, in ambienti sterili, illuminati, rassicuranti. È raro invece trovarsi faccia a faccia con chi occupa il livello rasoterra della produzione.
Eppure al mondo esistono tanti mondi. Viviamo su un pianeta piccolo, ma popolato da realtà distantissime tra loro.
Quello che forse scarseggia oggi, dopo tante delusioni collettive, è qualcuno capace di immaginare un mondo più equo. Non credo nemmeno che quegli uomini con i piedi a mollo si sentano necessariamente sfruttati: ci è stato detto che ricevono stipendi considerati buoni per il PIL locale. E forse è anche vero.
Ma guardando le concerie di Fez mi è tornata in mente Mariangela Melato in Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, il film di Lina Wertmüller:
“Oh, non ti dare arie di superiorità…”.
Perché è facile osservare il mondo dall’alto di una terrazza panoramica, con la menta nelle narici e una carta di credito in tasca.


